“Papà, no! alla casa delle mosche, ancora? no!” gridò Ibrahim.

Quello di oggi è un racconto che ha dell’incredibile ma sappiate che… è una storia vera ed ha come filo conduttore l’amore… nelle sue varie sfaccettature. Si tratta di una storia vera dove i nomi sono di fantasia, per garantire l’anonimato dei personaggi. Il nome del protagonista, per sua scelta è reale. Ogni riferimento a persone, fatti e luoghi è puramente casuale. Mi esonero quindi da ogni responsabilità qualora ci fossero imperfezioni nel racconto.

Schermata 2019-04-10 alle 10.25.01Papà, no alla casa delle mosche… ancora!”. Il padre Edgor non fece il minimo commento, mentre Merita, la madre, esortò con un: “no, no” con fare rassegnato.

Arrivarono davanti al casolare semidiroccato, nella sperduta campagna e Edgor accostò la mercedes 300 TE nera vicino al portone.

Il casolare comprendeva anche una stalla con 10 mucche e 4 pecore. Aiutando il contadino nella stalla, Edgor e la moglie potevano così accamparsi gratuitamente in uno stanzone.

Edgor davanti, la moglie Merita e al seguito Admir, Diljana, Floriana e Ibrahim entrarono nel casolare, dopo aver aperto un portone con una grossa chiave. La luce non c’era, così la moglie accese le candele di cera con l’accendino che usava per accendersi le sigarette, mentre il padre chiuse bene le ante delle finestre cercando di non tagliarsi con i vetri rotti dei telai.

Admir era il figlio avuto da una precedente relazione con un’altra donna, gli altri tre invece erano i figli naturali avuti da Merita (come il marito lei aveva appena compiuto 27 anni).

In un angolo della grande stanza vuota c’era un vecchio materasso a terra dove dormivano i due coniugi con il piccolo Ibrahim, di appena due anni. Le due sorelline, rispettivamente di tre e cinque anni e il fratello maggiore di otto anni, dormivano in un piccolo materasso a fianco al matrimoniale.

Mentre Merita riscaldava il riso rimasto dal giorno prima, con un fornello da campeggio, i bimbi capeggiati da Admir scorrazzavano sbraitando nello stanzone, ignari della presenza dei genitori.

“Vjen, orizi është gati!” (Venite il riso è pronto!) gridò Merita mentre appoggiava la pentola calda in terra. Tutti si sedettero, come sempre a terra, perché, nello stanzone, l’unico mobile era una credenza bianca ed un vecchio frigo che non funzionava e veniva usato come stipo per le poche vivande. Era inverno quindi rimediavano mettendo pietanze, al fresco, sulla finestra che dava sul davanti del casolare.

Tutti erano seduti attorno alla pentola, tranne Ibrahim che raggiunse per ultimo i famigliari sul suo triciclo bianco dal manubrio giallo. “Hold Ibrahim kjo është e jotja!” (Tieni Ibrahim, questo è tuo!) disse Merita al figlioletto.

Ibrahim, come tutti, senza posate, immerse le mani nel riso e bruciandosi le dita urlò a squarciagola. Innervosito dalle urla il padre dette un calcio al triciclo facendo cadere a terra Ibrahim. Il bambino urtò la testa contro il cacciavite lasciato a terra sbadatamente dal padre. Si tagliò sopra all’orecchio sinistro e il sangue allarmò le due sorelline che si avvicinarono per consolarlo. La madre cercava di tranquillizzarlo e con uno straccio umido tentava di medicare il figlioletto, il padre imprecò “Zhduku!!” (Vaffanculo!) e uscì dalla stanza sbattendo la porta.

Ibrahim era totalmente sotto shock.

Schermata 2019-04-10 alle 10.44.04Ibrahim nasce in Kosovo nella primavera del 1995. Per sfuggire ai massacri, alla “pulizia etnica” in corso durante la Guerra in Kosovo, in un primo momento, il padre Edgor assieme al figlio avuto, appunto, dalla precedente relazione, partì subito per l’Italia e raggiunse un paesotto nella provincia di Gorizia. Successivamente, imbarcata in una situazione di disagio e pericolo, arrivò la madre con Ibrahim di un anno e le due sorelline di due e cinque anni.

Anche se in tenera età, Ibrahim, ricorda ancora i vari maltrattamenti subiti da parte dei genitori e ha addosso, a tutt’oggi, i traumi e le paure che quell’infanzia ha prodotto. Questa situazione perdurò fino al giorno in cui la madre Merita, stanca dei continui litigi con il marito, firmò una dichiarazione dove, a causa di una acclarata incapacità genitoriale, acconsentiva l’affidamento dei propri figli naturali, Ibrahim, Diljana e Floriana, ad altre famiglie. In questo modo, la donna, avrebbe potuto rifarsi una vita… ricominciare con un altro uomo. La madre, così, abbandonò il nucleo famigliare lasciando il marito con 4 figli (8, 5, 3 e 2 anni).

Un giorno il padre venne ricoverato in ospedale e così il Tribunale dei Minori di Gorizia predispose che i quattro fratelli venissero dati in affidamento per almeno 15 giorni. I 3 fratellini vennero affidati a tre famiglie diverse. Admir, invece, venne portato in un orfanotrofio, dove vi restò per qualche anno e le due figlie in due famiglie diverse. I contatti con il fratello grande e le sorelline si persero pressochè completamente.

Ibrahim, all’età di 2 anni e mezzo, fu affidato ad una famiglia in paese. La coppia aveva già due figli legittimi: Marco di 28 anni (stessa età del padre del piccolo) e Virginia di 23. L’arrivo di questo bambolotto in famiglia portò felicità e il bambino fu accudito e seguito nel migliore dei modi: bei vestiti, giocattoli, stimoli e viaggi. I rapporti con i due ragazzi, anche se in età adulta, erano freddi e quasi inesistenti, se non conflittuali: il grande timido e riservato, la più piccola un po’ più dinamica e dispettosa.

Dai 3 ai 6 anni Ibrahim frequentò la scuola materna e poi la scuola elementare statale, sempre con sostanziali difficoltà di inserimento. Dagli 11 ai 14 anni i genitori, scelsero le scuole medie private. Successivamente, a seguito della bocciatura al primo anno all’Istituto di Informatica, lo iscrissero all’Istituto Professionale IPSIA dove, finalmente, 3 anni dopo conseguì la Qualifica.

Per 3 mesi lavorò nell’azienda del padre, ma non fu facile.

Dopo qualche anno, Marco, il fratello più grande si sposò Schermata 2019-04-08 alle 00.06.09 con grande gioia dei due genitori Mario e Rosalba, che vedevano coronare il loro sogno di famiglia perfetta. I rapporti già freddi tra Marco e Ibrahim, peggiorarono con la lontananza dalla casa dei genitori.

Purtroppo la gioia dei genitori durò per poco perché, sette anni dopo, una tragedia colpì la famiglia, la sorella Virginia all’età di 35 anni, uscì per fare footing con la madre, partirono in due direzioni diverse per potersi poi raggiungere alla solita fontana. La madre arrivò, ma la figlia cadde a terra prima del traguardo davanti agli occhi della madre e morì, improvvisamente, colpita da un arresto cardiaco!

Furono momenti di grandissimo dolore, anni di lutto! I genitori si chiusero in un dolore profondo, senza neppure il conforto e l’appoggio del figlio grande. L’unico che poteva aiutarli in questa tragedia, era Ibrahim, unico figlio… vicino e rimasto in famiglia. Il rapporto con in genitori era comunque abbastanza difficoltoso, anche se Ibrahim cercava, in tutto e per tutto, di stare accanto alla madre Rosalba, afflitta dal dolore e sempre particolarmente prostrata e depressa.

Schermata 2019-04-08 alle 00.03.16In occasione di un compleanno del padre Mario, Marco, il figlio maggiore, organizzò una festa, e Ibrahim … non venne avvisato, se non pochi istanti prima, proprio mentre si stava recando al lavoro. Non potendo avvisare per tempo il datore di lavoro… dovette rinunciare, nella più totale delusione. Per potersi rendere autosufficiente Ibrahim lavorava come lavapiatti in un ristorante e arrotondava lo stipendio facendo volantinaggio porta-porta, trascrivendo le letture dei contatori dell’energia elettrica. Nonostante tutto, benchè consegnasse tutti i suoi guadagni alla famiglia, veniva sempre accusato di essere un “nullafacente”… di suo, tratteneva i pochi spiccioli per le sigarette e per qualche sporadico svago serale.

In occasione della sua prima paga da 500€, sapendo che la lavatrice della madre si era rotta, spese tutto il denaro che guadagnato per comprarne una nuova. La madre conscia del fatto che la macchina si poteva riparare, dalla rabbia per la spesa inutile, scoppiò a piangere e lo sgridò.

I giorni passavano e la ditta in cui lavorava il padre fallì e chiuse i battenti.

Nella disperazione e delusione più totale il padre si cimentò in lavoretti di manovalanza, fin quando una sera, fu colpito da un malore… cadde a terra e Ibrahim per paura di non essere in grado di soccorrerlo adeguatamente, disse alla madre di chiamare l’ambulanza. Il padre, non appena rinvenuto, gli tirò un pezzo di legna, fortunatamente senza colpirlo. Per una settimana Ibrahim non rivolse la parola al padre fino a che un giorno in cui il padre inveì contro di lui e gridò:

“Tu non sei degno di appartenere a questa famiglia, Vai via!”

Anche la madre appoggiò la decisione del marito.

In fretta e furia Ibrahim, aiutato dalla madre, mise in un trolley e in un borsone le minime cose necessarie e uscì di casa per l’ultima volta sbattendo la porta!

 Ibrahim si trovava ancora di fronte ad una nuova sconfitta, la prima l’abbandono da parte della madre naturale in un contesto drammatico, la seconda da parte dei genitori che lo presero in affido. Questa continua instabilità famigliare, personale ed emotiva, gli scatenò una rabbia pazzesca, un’esigenza assoluta di provarci ancora… di rimettersi in gioco e ricominciare tutto da capo e dimostrare, ancora una volta, di farcela, di riuscirci, di poter andare avanti… anche da solo.

Si rivolse all’Assistente Sociale del Comune, la quale conoscendo la storia gli ripetette per ben tre volte: “Ma non te lo aspettavi?” Gli consigliò di rivolgersi alla ONLUS Caritas, da li, poi, tramite internet, individuò altre Onlus Caritative in zona, si trasferì e vi restò per qualche mese.

Trascorsi circa quattro mesi, stanco e disperato per la situazione in cui stava vivendo, deluso dal totale disinteresse, da parte della famiglia di affido, si fece forza e chiamò casa chiedendo perdono per il suo atteggiamento, nella speranza di riprovarci e risistemare il tutto. La madre determinata rispose “non voglio più sapere niente di te, in casa non rientri!”

Si presentò, allora, a casa dei genitori, assieme all’Assistente Sociale… li si trovavano anche il fratello con la cognata e propose di andare a vivere in campagna dalla nonna, volendo lasciare la madre tranquilla … a trascorrere gli ultimi giorni di vita del marito, da mesi colpito da una grave malattia che lo stava poco a poco divorando. Sentendosi negata questa possibilità, chiese allora un’auto vecchia per potere dormire almeno al riparo, ma anche questo fu un “no!” Di comune accordo la famiglia gli si propose una Comunità per Tossicodipendenti in periferia. Una provocazione, una vera e propria umiliazione, in quanto, nonostante, nel tempo… molta gentaglia lo avesse avvicinato per coinvolgerlo in situazioni losche di ogni genere, il ragazzo, forte della sua dignità aveva sempre, orgogliosamente rinunciato. Dopo due settimane di permanenza in Comunità e disperato della situazione decise di uscirne e all’inizio del 2017 ritornò a Gorizia. Schermata 2019-04-10 alle 10.39.54Inizialmente dormì all’uscita del Pronto Soccorso e volutamente passava continuamente sotto le telecamere di sorveglianza per farsi notare. Successivamente riuscì, con la compiacenza dei custodi, a dormire su tre sedie del Pronto Soccorso, almeno era al coperto, non gettato a terra. Una notte gli rubarono il cellulare e la valigia trolley che aveva lasciato volutamente in Ospedale per evitare di portarsela con sé durante il giorno. Gli era rimasto solo un borsone con solo alcuni indumenti di prima necessità.

Per far fronte al freddo invernale riuscì a trovare rifugio per due settimane in una ex-scuola dove almeno riusciva ad approfittare di una brandina.

Schermata 2019-04-10 alle 10.42.50Tramite un’Associazione di Gorizia per 4 mesi si trasferì, poi, in un dormitorio. Qui oltre ad una brandina c’era pure un armadietto. A turno in 14 facevano le pulizie e la mattina uscivano per poi rientrare la notte. Purtroppo il dormitorio chiuse e per 14 giorni e il ragazzo tornò. Dopo 8 mesi vissuti in questa situazione a Gorizia decise di rivolgersi, nuovamente, alla Caritas e gli venne proposto di rivolgersi alla Caritas Ambrosiana di Milano. Gli pagarono il biglietto con l’autobus Flixbus e dopo 3 ore raggiunse Milano.

Gli dissero che purtroppo accettavano solo italiani e così lo indirizzarono ad un Centro Aiuti, che a sua volta lo indirizzò ad un Dormitorio vicino a Milano. Vi rimase per 2 mesi. In questo periodo riuscì ad accantonare un po’ di soldi facendo il lavapiatti, volantinaggio e il PR nelle discoteche.

Dal 27 dicembre 2018, all’età di 23 anni, ancora oggi… svolge lavori di volantinaggio e sta facendo colloqui con un’azienda per la consegna porta a porta di medicinali a casa di anziani.

Oggi, Ibrahim è sorridente al momento è ospite di un dormitorio, ma ha tanti progetti in mente e soprattutto ha al suo fianco una giovane anima che lo accompagna sentimentalmente.

Ibrahim ha maturato una mancanza di fiducia in sé stesso e negli altri, non facilmente guaribile. Questo grave disagio deriva dal passato e si ripercuote, nonostante le buone intenzioni di tutti… in tutti i suoi rapporti umani.

Ibrahim, perdendo i genitori naturali, ha perso il riferimento dei primi anni di vita ed è nato in lui un sentimento di disincanto, diffidenza e autonomia patologica. Le uniche regole sensate… erano le sue, gli unici consigli… quelli che lui stesso partoriva dai suoi pensieri. Affettivamente era … spento e non riusciva ad esprimersi e ad essere… cortese, gentile, vicino ed appunto affettuoso.

Resta comunque il fatto che, nella nuova famiglia, a Ibrahim sia mancato tutto, ivi compreso, un dialogo costruttivo. I genitori avrebbero dovuto ascoltarlo di più, fargli delle domande per sapere cosa lo faceva star meglio e cosa lo faceva star male. In questo modo il legame di fiducia si sarebbe rafforzato, era tutto quello che cercava: essere ascoltato con rispetto e affetto ma soprattutto non essere considerato un figlio di “serie B”.  Tutte virtù che valgono molto di più di un giocattolo.

L’abbandono non è assenza fisica, è la scomparsa di un riferimento emozionale, affettivo, emotivo…. Ed è sempre la causa di apatia e freddezza.

Concludo con questo concetto che credo particolarmente efficace:

Esiste la convinzione che per capire cosa si provi ad essere abbandonati, sia necessario provarlo sulla propria pelle. Nessuno merita di essere abbandonato, perché ogni assenza porta a perdere una parte di sé stessi, e nessuno dovrebbe arrivare a soffrire tanto.

 La cosa che mi lascia perplesso in questa vicenda e che non riesco a capire è l’indifferenza e la cattiveria dopo vent’anni di vissuto comune.

  • Come si fa a cacciare di casa un figlio (che si è cercato) con il quale si è vissuto per 20 anni, trascorrendo momenti difficili, certo, ma condividendo anche belle cose.
  • Come si fa ad annientare totalmente un figlio al punto da negargli qualsiasi mezzo di sostentamento e mandarlo in una comunità di tossicodipendenti senza che lui lo sia.
  • Come si fa a non perdonare un figlio, dopo che questo in preda alla disperazione per essersi trovato a vivere in strada al freddo torna a casa chiedendo accoglienza.

L’affetto… non trova mai le sue ragioni nella materialità… la risposta all’amore è data, sempre e solo, dall’amore.

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