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Quanto siamo “resilienti”?

Sanremo, 6 febbraio 2020 – “Festival della canzone italiana”.

Con il mio amico Alessandro Bigarrelli mi trovo nella sala d’ingresso del Teatro Ariston. Assieme ci scambiamo le nostre impressioni su questo Festival, giunto alla sua 70esima edizione. All’interno in tanto si stanno svolgendo le prove per la terza serata in onda su RAI1.

Mi avvicinai al bancone del bar del Teatro Ariston e mi accorsi che era gremito di artisti, che sorseggiavano il caffè, mentre chiacchieravano sulle prestazioni delle prove.

Era Mika, il noto cantante e showman, che con un grande sorriso si mise al mio fianco appoggiando il gomito sul bancone del bar mentre cercava l’attenzione della barista.

Sorseggiando la bibita, gli espressi la mia gratitudine e lui mi chiese cosa ne pensavo del Festival.

Dopo qualche minuto…

Ritornai da Alessandro e …

Un vocabolo che ho sentito nelle canzoni è “la resilienza”. In questi ultimi tempi se ne parla abbastanza frequentemente.

Ma se ne conosce bene il significato?

In effetti anche se sono ancora in pochi ad usarla, un po’ ovunque si può leggere e trovare la parola ‘resilienza’. Recente e non ultimo esempio è il testo della canzone portata al Festival di Sanremo da Rita Pavone, dal titolo “Niente (resilienza74)”. Ascoltiamo: – Picchia più forte, non lo vedi che sto in piedi / Non ti accorgi che non servirà / Non hai mai saputo spezzarmi, travolgermi / Resto qui nel fitto di un bosco / E il tuo vento non mi piegherà. Evidente il riferimento alla carriera dell’artista che, caparbia e orgogliosa, si rimette in gioco. Il contenuto del testo però va ben oltre questo. Ci parla infatti di una persona che pur avendo subito violenza e soprusi, pur avendo provato forti delusioni, e forse è passata anche attraverso la depressione, ritrova in se stessa la forza di volontà per andare avanti e la capacità di rialzarsi e reagire. Quella persona sta affermando se stessa con orgoglio e sta ritrovando l’autostima, la spinta fondamentale che consente la rinascita e la riconquista di Sé, in una parola la resilienza.

Nel senso comune, essere resilienti significa tirar fuori il carattere, mostrare i denti e farsi valere; per alcuni la resilienza sta anche nel coraggio di rispondere alle ferite con la gentilezza. Secondo l’approccio scientifico, in psicologia clinica, la persona resiliente è quell’individuo capace di rispondere in modo positivo e costruttivo allo stress, capace di resistere con flessibilità alle avversità e in grado di riprendersi e risollevarsi da eventi dolorosi senza eccessive difficoltà. Chiamate a lavorare sulla resilienza non sono solo le persone che soffrono di disturbo post-traumatico da stress, ma tutte le vittime di burnout (per mobbing, stalking, bullismo), quegli individui che non sono più in grado di mettere un freno alle risposte negative allo stress da parte del loro cervello. Per risvegliare e rafforzare la resilienza, è necessario darsi uno scopo preciso: senso e significato dello scopo aiutano le persone ad affrontare meglio le sfide della vita.

Meccanismi di resilienza iniziano già nella relazione diadica con la madre o il care-giver in cui la resilienza è caratterizzata dalla capacità di gestire la transizione da un affetto positivo a uno negativo per poi tornare nuovamente a quello positivo.  E’ durante l’adolescenza, periodo di forti e laceranti contraddizioni, che l’individuo, raggiungendo la piena maturazione fisiologica e conquistando la consapevolezza di possedere risorse e competenze psicologiche e relazionali, incrementa notevolmente la propria resilienza di fronte ad eventi stressanti e negativi. Nel far ciò si avvale dei cosiddetti fattori di protezione e difesa (di natura più psicologica e individuale). I fattori di protezione andranno poi a scontrarsi e confrontarsi coi fattori di rischio (di natura relazionale e sociale). Attenzione però. Non è tanto l’età cronologica ad essere importante di per sé: bambini, adolescenti, giovani uomini e adulti sono sullo stesso piano. Nel saper essere resilienti un ruolo importante lo giocano le condizioni favorevoli dell’ambiente, il tipo di esperienza vissuta e la capacità individuale di saperla incorporare e interpretare, ovvero l’equilibrato rapporto tra controllo interno dell’Io e reazione ottimale alle sfide e alle richieste poste dall’ambiente.

In definitiva, per essere resilienti bisogna conoscere e accettare se stessi e così intraprendere il cammino che porterà dalla fragilità alla forza, dalla tristezza e dalla depressione al sorridere felici, dal subire le avversità al coraggio di affrontarle, dal rimuginare e arrabbiarsi invano al lasciar correre con leggerezza, dal lamentarsi perché ci si sente a terra al rialzarsi con orgoglio.

Anche Mika in occasione di un viaggio che fece nei campi profughi dei rifugiati in fuga dall’Isis e dalla guerra in Siria al Corriere della Sera si espresse in questi termini:

Le due parole che sono fissate nella mia mente, anche a distanza di una settimana dalla mia visita, sono «resilienza» e «tenerezza». La resilienza di fronte a sfide impressionanti e l’umana tenerezza che una persona deve possedere per sopravvivere mantenendo intatta la propria umanità. Se ti indurisci, rischi di spezzarti sotto i colpi della violenza. È questo l’unico modo per combattere il terrore. Resilienza e tenerezza insieme sono le qualità più potenti di cui l’uomo dispone. Sono un cancro per il terrore e un conforto per chi ha perso così tanto

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